Avrei voluto scrivere queste righe in inglese e poi ho iniziato a pensare che probabilmente non sarei stata capace di rendere le idee che cercherò di trasmettere tramite una lingua che non è la mia. Probabilmente non riuscirò a trasmettere quello che penso, quello che provo, nemmeno attraverso la mia madrelingua: l’italiano.

Questa sera vorrei parlarvi di pensieri, di emozioni, di esperienze, vorrei parlarvi di tutto ciò che questa incredibile città mi sta trasmettendo.

Sto parlando de ‘La grande mela’, di New York city e in particolare di Manhattan, di chi ci vive, di chi ci è nato, di chi vi è venuto a viverci, di cosa è stato realizzato, di cosa vorrebbero realizzare e di cosa non c’è più…ma non lo farò da un punto di vista storico, bensì dal punto di vista di una fortunata ventiquattrenne che ha avuto l’enorme occasione(grazie a due meravigliosi genitori e a qualche lavoretto invernale) di poterla visitare per un mese(e mezzo…).

Non ricordo quante sono state esattamente le volte in cui, pur essendo ‘da sola’, mi si sono riempiti gli occhi di lacrime di gioia. Le emozioni che ho provato di fronte a certe costruzioni, panorami, eventi, situazioni sono state fortissime, sono stati sogni che si realizzavano, uno dietro l’altro e che non facevano altro che incrementare la mia fame di sogni, di desideri e di ambizioni nei confronti di questa città.

E’ come se avessi sempre saputo che mi apparteneva. Non l’ho voluta visitare prima perché volevo viverla, volevo passarci del tempo, volevo sfruttarla, volevo superare quella soglia che separa la normale vacanza dalla ‘everyday life’…e così è; perché dopo un mese che sono qui quello che faccio non è più niente di straordinario se non svegliarsi, salutare i compagni dell’university dorm, andare a correre, fare colazione al ‘dely’ all’angolo(o a ‘le pain quotidien’ sulla 72esima), andare a scuola(ultimamente non troppo spesso), girare per la città, leggere, studiare, scrivere, fotografare, conoscere, incontrare, osservare, comprare(hihihihi….), chiacchierare, visitare, mangiare, rincasare, uscire, dormire……vita di tutti i giorni insomma…

Poi una sera vado ad ascoltare la presentazione di un libro bestseller del NY Times(‘Prospect Park West’ di Amy Sohn) e mentre la scrittrice legge alcuni paragrafi del libro…di nuovo: emozione, forte emozione, la stessa emozione di quando ho fatto quegli ultimi due-tre scalini della Subway che mi hanno mostrato per la prima volta in vita mia Manhattan e Times Square…e paura, tanta paura. Ho paura di tornare, di ritornare dove non mi piace, dove la maggior parte della gente non mi ha dato nulla, dove forse non sono stata capace di sfruttare quello che il posto mi dava o dove forse non sono stata capace io di coglierne i lati positivi. Ma la paura è davvero forte. Non è il solito sintomo di mancanza di vacanza(perdonatemi la rima)…è qualcosa di più forte, è come quando si perde la testa per qualcuno e man mano che il tempo passa ci si rende sempre di più conto che è la persona perfetta e che ogni cosa che fa è perfettamente compatibile con te stesso…ecco cos’è; FINALMENTE dopo 2-3 anni mi sono ri-innamorata…perché non è possibile tornare a casa, avere voglia di far capire a tutti cosa provo e piangere mentre scrivo queste parole e penso a chi mi ha permesso di fare questa esperienza(mamma e papà) e a chi non vorrei perdere venendo a vivere qui….a chi vorrei che fosse qui con me adesso, oggi, domani e magari nel futuro che vorrei poter passare qui…e alzo gli occhi e c’è il ponte di Brooklyn, illuminato di notte, mi si blocca il respiro….ma come faccio a tornare a casa?

Non ho mai creduto nell’amore a distanza…

Sarà un anno di sacrifici, me lo prometto…ho tanti obiettivi, devo cambiare in molte cose e credo che se è vero amore….ah, sono sicura che se è vero amore ci riuscirò, tornerò qui e continuerò a farmi dare tutto quello che la città può darmi!!!

Ragazzi, perfavore quando torno non chiedetemi com’era New York, ho provato a dirvelo qui, ma come ogni forte emozione….è impossibile da descrivere!

Grazie New York

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