Ed eccomi qua, all’ora misteriosa che incuriosisce tutti, con la differenza che oggi ci sono arrivata da sola, senza la sveglia. Ho giusto dato alla mia mente il riposo adeguato affinchè riuscisse ad essere pronta a trascinare su ‘carta’ una lettera dopo l’altra, dando un senso al contenuto(hopefully).

NOW WE ARE TALKING. E quando dico così intendo che mi preparo a passare alcune ore insonni, un po’ così come voi dovreste prepararvi a un post parecchio lungo e articolato. San Francisco ha regalato molto oggi e come sempre quando ricevo, in termini di emozioni, rendo, in termini di parole.

Mi sono alzata verso le 6 am nonostante il tempo passato tra i miei pensieri verso le 3 am. Non saprei quantificarlo, e questo già dice molto. Una piccola nota in merito. Siccome medito spesso, la grande differenza tra la meditazione ‘ignorante’ che pratico di solito e ieri notte è stata il far parte di una nuova fase rem in cui il pensiero cosciente è leggermente più forte dell’inconscio, seppur ancora condizionato da esso. Da provare.

Mi aspettavo una giornata di pioggia che avevo deciso di passare tra musei. E come sempre quando faccio dei piani, va tutto all’aria. Amo questi stravolgimenti, così dopo una doccia, con il solito te in mano e il sole che fa capolino tra alcune nuvole, mi dirigo verso l’Embarcadero e il Ferry building a piedi, seriamente intenzionata a raggiungere il Pier 39 e Fisherman’s warf prima che il sole mi lasciasse.

Mentre percorro Market street si manifesta uno dei fenomeni naturali più bizzarri ai quali io abbia mai assistito in prima persona. Mentre, sotto gli intensi e caldi raggi del sole, fotografavo un palazzo, mi cade qualcosa in testa. Il tempo di alzare gli occhi, e con il sole ancora presente, arriva un’improvvisa, intensa e inaspettata grandine. Corriamo tutti ai ripari, nei successivi due minuti, ma che dico, nell’intero corso della giornata, il cielo cambia espressione alla stessa velocità con cui una donna cambia il suo umore ogni 28 giorni.

Con un briciolo del mio sesto senso da viaggiatrice capisco che quel tram potrebbe accorciare la mia camminata e farmi raggiungere la meta più velocemente, salgo al volo. Inserisco 2 dollari nell’apposita macchinetta e sospiro dopo una corsetta. Prendo posto in quell’angolino, con la stessa abitudinarietà di chi sale sullo stesso mezzo ogni singola mattina per anni. Per un momento vengo sopraffatta da una sensazione confusa. Quell’ambiente è terribilmente familiare. Metto davvero in dubbio la mia salute mentale. Ero convinta di essere a San Francisco, ma quelle panchine di legno lungo tutto il treno, le lampade, le maniglie traingolari di plastica grigia, la scritta ‘uscita’ e il pavimento di plastica consumata. E’ un tram di Milano, uno di quelli vecchi, come il 29/30 che mi portava in Porta Venezia o il 12 con cui andavo in Duomo. Sorrido e come una bambina di 7 anni manifesto tutto il mio entusiasmo al conducente che, un po’ sorpreso, sorride per gentilezza. Per alcuni è così difficile cogliere cosa vuol dire ritrovare qualcosa di casa così, per caso, nel mondo.

Per quando arrivo a Fisherman’s warf il tempo è cambiato una decina di volte e io inizio a provare un certo languorino. La fermata del tram è esattamente davanti a un’enorme vetrina che mostra un laboratorio artigianale di produzione di pane. Esterefatta entro subito in perlustrazione. Siamo di nuovo di fronte a qualcosa di inusuale per la cultura americana, magari non nelle grandi città, ma per chi è abituato a farsi il pane da solo a Riverside… Il posto si chiama Boudin ed è molto accogliente, anche se oltremodo forzato nell’operazione: ‘catturiamo l’attenzione del povero turista MEDIO’. Decido di dargliela vinta e mentre fotografo le rotaie sul soffitto che consentono di trascinare il pane dal laboratorio al negozietto, acquisto un caffè e una mini baguette. Mi apposto su un tavolino al sole(all’interno) e mentre, armata di carta e penna trascrivo i miei pensieri notturni sul diario, vedo arrivare alla fermata del tram almeno una dozzina di trm diversi. Design, stili e colori dei più disparati, ognuno con una provenienza diversa, solo questo meriterebbe un post. Un’ora e mezzo dopo sono ancora lì nella vetrina al sole, è ora di uscire. Il tempo di infilare il cappotto e fuori sale il vento e inizia la pioggia. Who cares. Ricevo un paio di chiamate di quelle che già di per se basterebbero a rendere una giornata qualunque, una giornata…non qualunque. Spendo le mie chiacchiere sulla banchina tra il Golden Gate Bridge, Alcatraz e Forbes Island. Quest ultima è un’isoletta un po’ ‘americanata’ ce ospita un ristorante galleggiante che si raggiunge solo via acqua con una barchetta bizzarra.

Verso l’una faccio tappa in albergo per ricaricare il telefono e riprendere fiato. Il telefono si sta rendendo più utile che mai. Sabato scorso, all’insegna del risparmio, ho passato alcune ore in un book store, dove la consultazione di libri e riviste è liberamente consentita. Ho trascritto i nomi dei posti che avrei voluto visitare a SF su un foglio e mi basta digitarli su Google Maps per ritrovarmi subito alla meta desiderata. Quale modo migliore per risparmiare e non portarsi dietro l’intule peso della guida? Per i più pigri ci sono le guide application nell’App store. Notevoli quelle della Phaidon. Scendendo dalla metro trovo un altro penny portafortuna da aggiungere alla collezione che si è creata nell’ultimo mese…come se ne avessi bisogno. Non che io pensi di non averne bisogno, ma talvolta si è talmente grati per tutto ciò che si ha, che ci si sente quasi in colpa al solo pensiero di poter avere di più. Io lo giro quel penny, lo tengo nel mio portafoglio ma lo giro a chi so io.

Ho bisogno di un pranzo rapido, sano e soddisfacente. 15 minuti dopo sono da Wholefoods con una gustosa terrina di ceci e broccoli di fronte. Alle 4 il primo e tanto atteso colloquio, quello che, almeno sino ad ora, sembra essere la mia meta più allettante. E lo è molto se dico così…pensando così facilmente di rinunciare ai mille volti di Los Angeles e ai 37 aggettivi che dovrei ora elencare prima di trascrivere il nome New York. Passo da un partner, ad un socio al Presidente così…come ridere, con un nervoso che non credevo avrei provato in una circostanza simile. Degli ultimi mesi, l’emozione che più si avvicinava alla tensione degli ultimi esami, prima della laurea.  Infastidita dal fatto di non poter usare le mie amate parole con la stessa disinvoltura con cui farei nella madre lingua…ma ‘You’ll get there’, continuano a dirmi tutti. ‘Well, hope so.’ Per una che con le parole, tra le parole, ci vive, è un tantino importante. La sensazione è buona e l’entusiasmo si trasforma in energia, e quello che dovrebbe essere un riposino in albergo o un te da Starbucks si trasforma in un giro al quartiere Castro.

Castro. Sorrido. Now we are talking. Non includo molti dettagli poiché ieri è stato solo un assaggio ed ho intenzione di tornarci oggi, prima o dopo un giro al SFMOMA. Il mio momento creativo viene spezzato, ancor prima che possa iniziare, da una connessione lenta e da una telefonata…inaspettata!?!

Un messaggio mi rende partecipe di un invito da parte dei due amici viticoltori friulani. Il ritrovo è alle 7.30 per un aperitivo al Barrique in Jackson square. Li trovo con due soci in affari e mi fingo intenditrice di vini per alcuni secondi. Patetica(rido).

Dopo qualche gradevole bicchiere di Pinot nero americano ci trascinano in un ristorante greco esattamente sotto all’agenzia nella quale era stata per il colloquio, in quella bella piazzetta che aiuta a dimenticare di essere a Downtown. Il ristorante si chiama Kokkari e l’uomo addetto al servizio è un simpatico uomo greco dal suono italiano tanto appassionato di Alfa Romeo quanto sprezzante di Berlusconi. E si finisce lì, di nuovo. Tristessa.

La cena è deliziosa praticamente in ogni suo dettaglio. La compagnia gradevole e il piacere di sprofondare del pane fresco in dell’ottimo olio mentre si sorseggia un buon vino regala quel qualcosa che qui è più assente che presente. Convinco gli amici a non proseguire la serata, d’altronde saranno a New York ad aspettarmi per il weekend :).

Così verso mezzanotte sono di nuovo in camera a chattare con l’Italia che si sveglia e a riflettere sulle sue parole, quelle che mi hanno accompagnata tutto il giorno per le strade della città. Un’altra forma artistica dello scrivere, per certi versi molto lontana da come la vivo io. Forse sono troppo criptica…sto parlando di lui e dei suoi testi musicali. Si lo so, sono intricata e contorta. Diciamo che se avessi voluto essere più chiara, lo sarei stata, punto.

Vi lascio così, con qualche ‘fotografia’. Il distinto signore con indosso il tradizionale trench alla Robert Redford mentre passeggia con all’orecchio un vecchio Motorola con un’antenna più lunga di una penna, ignaro della tecnologia che incalza. Un bambino filippino appena uscito da scuola che si ferma in mezzo alla strada per riempire di libri il suo zaino. Janice, un divertente personaggio caratteristico di Castro, vestita di tutto punto con al collo un enorme cuore rosso con lucette elettriche che si illuminano ad intermittenza. Una donna sulla quarantina appoggiata ad una colonna mentre aspira da un bocchino la sua sigaretta, una musa perfetta per gli scatti di Scott Schuman. Una ragazza con un trench nero, le cuffie alle orecchie, un sorriso sulle labbra, il passo di una lifelover, tanto entusiasmo,  amore per la vita e un bel paio di orecchini. Dai che quest ultima sapete chi è.

‘because music has a way to make things dissipate’.

PS: ora rovinerò la magica atmosfera creata, quindi chi non vuole rovinare la ‘poesia’, non legga oltre. Programma di oggi:

yoga

camminata

SFMOMA

Castro

preparativi per la serata.

Che idiota.

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