Il sole della sera filtrava attraverso i finestrini della loro macchina. Erano di ritorno da un viaggio intenso, e assieme a loro viaggiava un back-packer poco organizzato.

Mercoledì sera, dopo una breve discussione da vacanza e un paio di panini fatti all’insegna del risparmio, si erano messi in viaggio. L’umore era ottimo, tenuto alto dall’euforia che caratterizza l’inizio di ogni viaggio e di ogni vacanza.

Si erano suddivisi la guida. O meglio, avevano guidato in 3 su 4. Atrraversarono infinite lande piene di nulla, temettero di restare senza benzina, ma giunsero alla meta sani e salvi, alle 3 della notte del giorno dopo.

Per trovare parcheggio dovettero girare l’isolato tre volte, fino a quando il bizzarro ed austero receptionist si degnò di uscire per aiutarli. Le strane erano piene di topi e barboni con le facce da brutti ceffi.

Corsero nella stanza e quei due piccoli letti ampi una piazza e mezza li accolsero calorosamente, così come li avrebbe accolti qualunque altro posto. Erano stanchi morti.

L’indomani si svegliarono e divorarono la città: Embarcadero, il Ferry, Cable car, Lombard street, Fisherman’s warf, Pier 39, a piedi fino a North Italy, Coint tower, The bookligh store, Vulcano bar, cena Thai e letto. Letto di nuovo.

Era la prima volta che lui andava al Thai food. Era talmente affamato che non riuscì a capire se gli piacesse veramente o se aveva veramente fame. Fatto sta che ordinò il terzo piatto e conquistò la simpatia del ristoratore…che credette di avere a che fare con una movie star di Hollywood. Si accontentò di sapere che era un cestista italiano: gli chiese una foto e gli offrì una birra.

Le ragazze rimasero a letto con Morfeo, mentre i ragazzi se li prese la notte, che, come spesso succede, gli risucchio le forze del mattino dopo.

Così le ragazze divorarono China town, Mission, le strade dei murales e un favoloso doza indiano ripieno di patate e spinaci. Rigorosamente vegetariano.

Si ritrovarono tutti assieme sotto ad una nostalgica pioggerellina allo storico quartiere hippy: Haight Ashbury. Erano stanchi, ma camminarono. Presero un taxi e si rifugiarono al caldo, sotto le coperte.

Lei era tesa. Quello che le succedette prima di partire l’aveva rimessa in un lieve stato di ansia. Aveva troppe domande in testa e di nuovo troppe paure. Era tutto più facile con gli amici lì. E’ facile nascondersi la realtà delle cose quando si ha altro da fare, altro con cui scherzare. Quell’ora lì fu pesante. Per quello dopo una ventina di minuti  tirò fuori il telefono e iniziò a cercare un posto dove andare a cena, anche se lei sapeva già dove sarebbe voluta andare. Questo aiutò molto a distrarla.

Alle 9.30, dopo doccia e preparativi di rito, furono tutti da KOKKARI, un bellissimo ristorante greco, molto conosciuto a San Francisco. Cucina egregia, buon vino, la compagnia di una donzella turca, la simpatia del cameriere e qualche bicchiere di Cinzano al banco con un vecchio avvocato fecero scivolare la serata.

Il post cena finì al Clifft…dove tutti in qualche modo si separarono e si godettero la loro personale San Francisco.

Ne riparlarono la mattina dopo tra 7 occhi piccoli e le facce stravolte a uno dei tavoli del Foreign cinema. Omelette, ostriche e pancetta era tutto ciò che serviva prima di rimettersi in viaggio in una tuttaltro che estiva San Francisco.

La Pacific Coast Highway li aspettava.

Alternarono i turni di guida fino a quando, stanchi di stare in macchina senza fiato davanti a panorami incredibili, decisero di cercare un motel per passare la notte.

I primi quattro posti che visitarono erano pieni. Scendevano sempre lui e lei, per procacciarsi una camera per quattro, al prezzo di due. Ne trovarono una a 200 dollari, al Big Sur Lodge, in mezzo alla Pfeiffer Big Sur Forest.

Aveva due camere, il divano, la terrazza e il caminetto. Soffitti in legno e finestre sul tetto. La mattina degli insoliti uccellini neri e turchesi addentavano i semini delle loro ciliegie.

Lui si fece il caffè mentre l’altro lui si faceva la doccia. Lei tentava qualche Asana mentre l’latra lei faceva la valigia. Caricarono la macchina e con un cappuccino in macchina si diressero all’interno della foresta per una camminata alla ricerca delle cascate e di una bella vista panoramica.

Quella mattina di pensieroso c’era lui. I dubbi potevano essere diversi, ma alla fine ciò che faceva paura era sempre la stessa cosa: il futuro. Chi, come, dove e quando?

Lei avrebbe voluto dirgli che si sarebbe risolto tutto al meglio come sempre, ma quella mattina capì che sarebbe stato meglio se fosse rimasta zitta. Non capiva perché, ma gli voleva bene come a un fratello. Uno di quei beni incofinati, che anche quando ci si incazza e ci si manda a fanculo, è come se non fosse successo nulla. Pensò che avevano questo tipo di rapporto, questo legame strano, lo pensava già prima. Ma ora che, per la prima volta, passarono così tanto tempo insieme, ebbe modo di esserne più certa.

Ripartirono.

Lei leggeva, lui dormiva, lui guidava e lei guardava fuori chiamando l’attenzione di lei ogni qualvolta si presentasse un panorama degno della loro attenzione.

Un ragazzo biondo camminava a bordo strada, si girò e mostrò un’insegna con scritto ‘SOUTH’.

Fu così che Brian, dall’Idaho, diventò uno di loro. A pranzo gli chiese se gli potesse essere offerto il pranzo e a San Luis chiese di essere accompagnato a cercare suo fratello in un alloggio per senzatetto.

Brian era partito dall’Idaho un mese prima, e camminato fino alla California assieme a suo fratello, la sua ragazza e il suo cane Bell. Era mezzo armeno e mezzo americano, aveva 18 anni e si sentiva smarrito. Era visibilmente preoccupato.

Non se la sentirono di lasciarlo e lo portarono con loro a Santa Barbara.

Il sole scendeva. Lui pensava al suo futuro prossimo, lei guardava la strada, lui guidava, lei scriveva e lui dormiva. Ancora. Era forse il modo migliore per non pensare?!?

Era felice e domani avrebbe compiuto 26 anni. Un’amica partiva e un’altra stava per arrivare. Ma poco dopo sarebbe rimasta solo lei. Lei con il suo futuro, che passo dopo passo diventava presente.

 

 

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