La stanza in cui dormivamo in quei giorni era davvero modesta. La moquette raccontava molte storie, noi, dopo averla accuratamente aspirata, la evitavamo.

Dormivamo su ‘air bed’: semplici materassini ad aria talmente bassi da causare giramenti di testa ogni qualvolta ci alzassimo. Quel letto è tutto per noi, è divano, è posto di lettura, è poltrona per vedere i film…forse quello che proprio non riesce ad essere è…LETTO.

La finestra della stanza era grande e grazie al posizionamento al quarto piano ci rendeva possibile la vista del cielo. Grigio e uggioso al mattino, blu cobalto e brillante dal dopo pranzo al tramonto, quando iniziava a colorarsi nei più variabili toni dell’arancio e del rosa, lasciando intravedere solo le ombre delle altissime palme californiane.

Vi ho già detto che i nostri comodini sono delle cassette della frutta di cartone? Se no, sappiate che ci tengo a dirlo perché mia mamma, per insegnarmi ‘il sacrificio’, mi raccontava sempre di quando mio fratello visse a Verona con ‘solo una cassetta della frutta come comodino’. IO VIZIATA.

Torno a Udine, starò a Udine e non mi muoverò sino a che non sarò certa di essermi trovata un’occupazione che mi possa garantire una vita. Ho 26 anni e trovo vergognosa questa mia condizione da ‘mantenuta’.

Dall’altro lato…ringrazio il cielo di avere i genitori che ho. Di aver fatto la strada che ho fatto e la strada che sto facendo, di avere una testa per pensare…e spero presto questa testa mi faccia imparare a camminare da sola.

Oggi sono riuscita a liberarmi di gran parte delle mie cose, un po’ tra second hand store e un po’ tramite donation(Goodwill, peraltro ottima trovata di business).

Ci stiamo concedendo un cappuccino da Le pain quotidien. Uno degli ultimi, a meno che io non decida di aprirne uno a Milano. O di visitare quello di Roma.

Ieri ho iniziato un gran bel libro. L’apertura è davvero forte, ma premette bene. Me lo ha regalato la mia professoressa di sociologia: Emanuela Mora, una di quelle persone con cui spero di riprendere proficui contatti non appena rincaserò in patria.

Il libro si chiama ‘L’arte della gioia’ ed è di Goliarda Sapienza. Del libro vi parlerò più avanti, ma vorrei dedicare un po’ di spazio, qui nel mio blog, alle parole di Angelo Pellegrino, amico della scrittrice che, purtroppo solo dopo la sua morte, ha reso possibile la pubblicazione di questo suo romanzo.

Pellegrino scrive di Goliarda: ‘Scriveva di solito alla mattina cominciando intorno alle nove e mezza, e andava avanti sino all’una e trenta, le due, tutti i giorni, cercando di sfuggire – e non era facile- ai numerosi inviti a colazione nel sole di Roma di quegli anni beati e agitati. Diceva sempre che SCRIVERE SIGNIFICA RUBARE IL TEMPO ANCHE ALLA FELICITA’.(…..)Dopo di che Goliarda cucinava una rapida cena. Era uno straordinario talento di cuoca. Riusciva a cucinare di tutto, con tutto, e soprattutto senza farsene accorgere. Teneva molto che questo suo talento le venisse riconosciuto. Dicessero pure che era una mediocre scrittrice, ma non cattiva cuoca.’

 

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