Sono stata qui, qui e qui. Ho fatto questo, questo e quello.

E ora che vi ho detto cosa ho fatto e cosa ho visto a voi cosa cambia?

Niente.

E a me?

Niente.

Allora vi spiego di come finalmente mi sono liberata di tutto e tutti e sono finita in Place des Vosges alle 10.23 di sera tutta sola e con alle orecchie ‘Si tu bois ma mere’ di Sidney Joseph Bechet.
E vi racconto anche di come mi sia venuta voglia di appoggiarmi a una colonna e scrivere.

Avevo passato un’altra di quelle noiose giornate per turisti in cui se non ti svegli alle 9 e non vai nei posti piu popolari/turistici e frequentati del mondo, non sei nessuno.
L’appuntamento delle 6.30 mi aveva trasmesso l’entusiasmo necessario per tirare avanti senza lamentatmi troppo.

L’appuntamento, piacevole come sempre, era terminato alle 10, quando, per la prima volta, sono stata sguinzagliata per Parigi in tenera solitudine. Ho finalmente ho avuto l’impressione di poter vivere la città a modo mio, di potermi perdere, libera.

La famosa liberta’ che mi danno le citta’ che non conosco, il sentirmi un’intrusa quasi trasparente che guarda dentro alle finestrelle dei ristoranti e guardando i volti della gente ne ricostruisce una storia di vita.

La coppia che fuma una sigaretta al tavolino che sembra fare dei discorsi fantastici solo perche’ parlano in una lingua che non conosco e io posso immaginare frasi che in realta’ non dicono e creare un mio film attorno alla loro vita.

I passi dei tacchi alle mie spalle che rimbombano all’interno del porticato, i chiacchericci di qualche turista, una ragazza che attraversa la piazza in bicicletta. Quotidianita’ che passa e se ne va’ alla velocita’ del tempo, alla velocita’ dei pensieri.

E poi tutte quelle finestrelle accese in cui si intravede una abatjour e qualche ombra che racconta il presente. Che scrive il presente.

In quelle finestre ho anche intravisto una bandiera della California.

Forse non mi piace raccontare una o piu’ storie, forse mi piace raccontare foto. Forse dovrei fare solo quello.

Il parco e’ chiuso. Le luci scaldano i colori della notte. Le ombre degli alberi disegnano strade che si intrecciano.
La prospettiva allontana cio’ che e’ prossimo.

E io ricomincio a camminare.

E poi mentre cammino verso ‘casa’, il vento mi spettina i capelli, le foglie si sollevano da terra, alzo gli occhi…e in una di quelle finestrelle vedo due persone che fanno l’albero di Natale, passandosi di mano le decorazioni…e tanto altro.

 

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