Quella mattina di Natale le strade di Londra erano deserte. La mia città era deserta come non lo era mai. Per quello mi misi una tuta, la sciarpone che mi aveva fatto mamma un paio di anni fa, gli stivali e scappai. Scappai da quelle quattro mura.

Quelle mura mi stavano mettendo l’ansia, mi sembrava di esserci intrappolato dentro, proprio ora che dovrei sentirmi più libero che mai.

Avrei potuto scegliere di passare un Natale tranquillo e avrei potuto scegliere di far passare un Natale tranquillo a molta più gente. Avrei potuto far passare un altro falso Natale e magari poi tutto si sarebbe risolto. Invece no. Quest anno la mia vita era cambiata ed ero veramente diventato intollerante nei confronti di ogni tipo di falsità. Ecco, quest’anno sono diventato più irritabile in generale. Falso, finto e superfluo mi irritano.

Mi irrita quello che a pranzo parla di panettoni e quella che ci descrive alla perfezione la dieta che farà nei giorni successivi alle feste e quanti minuti al giorno deve correre per raggiungere gli obiettivi dell’ultima delle diete americane sviluppate dal più celebre dottore di Beverly Hills. Mi irrita l’ipocrisia. Mi irrita vedere gente che si ammazza in giro nei negozi per comprare un cazzo di inutile regalo e che non sa nemmeno perché è al mondo. E forse mi irrita anche pensare che loro credano che io sia un matto, un depresso, uno che non ha capito un cazzo della vita.

Due sere fa, era il 23, sono tornato a casa dopo essere rimasto a lavoro fino alle 20 ed aver passeggiato senza meta fino alle 21. Sono arrivato a casa a piedi anziché in metro. Ero in lieve ritardo poichè io e Annie saremmo dovuti andare alla cena di Natale a casa di Jack, il moroso della sua amica del cuore(una delle 120). L’ho lasciata.

Sono entrato in casa e l’ho lasciata in tronco.

Sono entrato in casa senza pensare e senza aver pensato prima. Non avevo deciso nulla, non so se fossi in stato confusionale, non avevo assunto nè droghe nè alcol, non negli ultimi 2/3 giorni almeno. Dormivo bene, o almeno così mi sembrava.

Sono entrato in casa, lei era già li e già pronta. Aveva urlato il mio nome appena aveva sentito la porta che si chiudeva alle mie spalle. Ricordo che ho appoggiato la borsa sulla sedia dell’ingresso, come facevo ogni sera prima di togliere il cappotto. Quella sera ho tolto solo i guanti, il calore della casa era davvero fastidioso, ma non tolsi il cappotto.

Andai in bagno dove lei si stava truccando e lei mi disse, mi disse qualcosa di inutile, qualcosa di routinario, qualcosa rispetto al ritardo e alla cena. Io la stroncai, la ammazzai. Ma lei sapeva già, se lo sentiva già. Credette di essere stupita, ma lo sapeva già. In questo sta il punto di forza o il punto debole delle donne, loro sanno, ma sanno combattere, sanno nascondersi l’evidenza, sanno mentirsi. Ed era forse proprio questo che mi aveva portato a quel gesto, così improvviso, così freddo.

Le donne sanno continuare a sperare e io avevo troppa paura che lei sperasse ancora in noi per lasciarla con più tatto.

Io non la amavo, non l’avevo mai amata né ero mai stato innamorato, però all’inizio mi divertivo. Poi ero entrato in una sorta di tornado, quello in cui ti portano certe donne, quelle decise, quelle sveglie, quelle innamorate. E mi ci ero ritrovato dentro e non volevo farmi domande, ma iniziai a provare un disagio. Lei se ne accorse, ma non disse mai nulla.

Quando me ne accorsi io era troppo tardi. Capii che ero io quello sbagliato. Non l’ho nemmeno abbracciata quella sera. L’ho lascita lì, sommersa dalle sue lacrime, soffocata da un pianto incontenibile. E poi sparì. E andai a farmi uno scotch.

I giorni a seguire furono una merda. Mi sentivo sbagliato, mi sentivo che lei non c’entrava un cazzo e che le avevo fatto un male cane. Mi sentivo stronzo perché non la pensavo e non mi mancava.

Sono strano e per quello piaccio alle donne. Ho le mie idee e penso sempre e solo con la mia testa. Non sono un egoista, ma è difficile che mi piacciano gli altri. Davvero difficile.

Il giorno dopo decisi di mandare a fanculo anche il Natale e di conseguenza i miei. Provai un senso di libertà e di potere infinito. Se avessi potuto avrei mandato a fanculo tutti e sarei andato a lavorare come se fosse un normalissimo giorno dell’anno.

Quando finì di mandare a fanculo tutti, capii.

Capii che dovevo mandare a fanculo uno solo.

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