OGNI TANTO TROVO QUALCOSA CHE HO SCRITTO, MA CHE NON HO MAI POSTATO. ERA OTTOBRE 2009, MILANO.

Williamsborough non è un quartiere molto famoso e l’undici settembre non è un giorno come un altro. Fatto sta che quella mattina, da sola a New York city, decisi di andare lì. Presi per la prima volta il G train e armata di felpona, incappucciata e ben vestita sono partita. Era proprio strano quel giorno. Ero convinta che non avrei percepito l’atmosfera degli ‘8 years later’ e invece era tutto così strano, tutto così diverso. Non sono sicura la gente se ne rendesse conto. Non credo che la gente abbia deciso o pensato di comportarsi diversamente, ma di fatto era proprio così. Tutto diverso. Inanzitutto pioveva, e c’era vento e forse anche freddo. Beh era l’undici settembre a New York, che altro tempo ci sarebbe potuto essere?

In metropolitana un mendicante suonava malinconicamente il violino, sembra di essere sul Titanic alcuni minuti prima della fine. La gente passava e non capivo, non riuscivo a capire se sentisse, se facesse finta di non sentire o se fosse presa dai troppi pensieri. Non parlo solo del violino, ma della nostalgia, del ricordo, delle stridenti urla di dolore che sentivo, nonostante il silenzio, nonostante nel 2001 non fossi lì, nonostante io non sia americana. Ma quella coppia me la ricordo, quella coppia nel tepore del nasconglio ‘metropolitano’ , loro si che erano in una capsula a parte. Loro non erano a New York, non erano nell’undici settembre, non erano nel 2008, loro forse, nemmeno sapevano di essere. Forse ho sentito la necessità di fotografarli proprio perché non sembravano veri, in quel particolare e indescrivibile momento erano…tanto. Erano la vita, la voglia di coppia, l’andare insieme al lavoro senza perdersi i felici momenti dopo il risveglio da condividere assieme, erano incuriositi ‘ma quella lì sta fotografando noi?’, erano fermi mentre tutti correvano, ma soprattutto erano(e spero lo siano ancora) tanto innamorati, non me l’hanno detto, ma credo si veda…

Ed era solo l’inizio, di una triste ma bella giornata, di una di quelle giornate che mi ha regalato tanti ‘very moments’. Quanto mi piace questa dicitura: ‘very moments’…non è solo inglese, è anche italiano…veri, reali, autentici e genuini.

Chi mi conosce sa quanto detesto la pioggia e sa quanto io sia metereopatica. A Milano piove spesso, sono tante le giornate in cui mi chiudo in casa con qualche serie tv(rigorosamente americana e in lingua originale) a mangiare Loacker solo perché qualche lacrima scende dal cielo e mi si spegne la voglia di fare tutto. Ma a New york non mi succedeva così,anzi, era l’esatto contrario. Le giornate di pioggia sono state le più affascinanti. Quando ero piccola, se pioveva tanto mettevo ai piedi i sacchetti che metteva mia mamma quando mi accompagnava in piscina, una tuta e un k-way e passavo minuti in mezzo al cortile sotto la pioggia.

Forse ho deciso che non sarò più metereopatica(si può decidere?!?), per due motivi:

1. Perché mi convinco sempre di più che tutto ciò che crediamo di noi e di tutti è nella nostra testa quindi se ci liberiamo di pensieri inutili e negativi risolviamo già l’85% dei nostri problemi.

2. Perché nelle mie convinzioni del kaiser so già che quest anno attribuirò la causa di tutti i miei mali a Milano….quindi non più alla pioggia…e quindi se a New York anche quando piove sono felice è perché è la mia città, giusto??? Vero??? ‘SPEREM!’

Piove. September the eleventh. Williamsborough. Le strade bagnate, e il rumore degli pneumatici al contatto con il suolo umido. Il camioncino dei gelati e la sua allegra, talvolta fastidiosa musichetta. Il camion dei pompieri e la sua prorompente sirena. Un viale pieno di alberelli e il leggero fruscio delle foglie. La gente che cammina e un leggero chiacchiericcio di fondo. Tre ragazzi con tre splendide mantelle dello stesso cellophane delle lavanderie corrono ridendo verso, verso non so dove; però erano belli; belli e spensierati.

Tanto per cambiare cammino senza meta, non ricordo se cercavo un museo o qualche via in particolare ma mi sono ritrovata a cercare  un caffè caldo con latte rigorosamente di soia e qualche bel posticino dove potermi sedere con calma a degustarlo. La colazione di quella mattina non la dimenticherò. Prima di tutto perchè il ragazzo dietro al banco, rispettando le mie richieste, mi servì quello che a me sembrava un normale panino e che invece si rivelò essere un ‘bagel’ alla cipolla, tostato e con dell’ottima marmellata ai frutti di bosco. Immaginatevi la faccia del commesso al momento dell’ordine, la mia dopo il primo morso e di nuovo la sua dopo aver visto la mia….bel gioco di sguardi! Un istante dopo ho ordinato una baguette. Ho risolto i miei problemi….alla francese!

Fortunatamente sono anche altri i motivi per cui non dimenticherò quella colazione. Accanto a me una coppia: 30 anni circa, entrambi muniti di quotidiano free-press. Anche li c’è ‘metro’, ma ovviamente non è la stessa cosa, dico ovviamente perché li è New York e qui è Milano, quindi…! Sorseggiano orange juice e strappano morsi da panini che sembrano molto peggio del mio mitico bagel(eppure nessuno ride di loro) senza mai staccare gli occhi dai giornali.

Ad un certo punto lei, con mezzo boccone ancora  in bocca e con una voce misto profonda e amareggiata dice’ EIGHT YEARS LATER’….silenzio….lui alza lo sguardo senza muovere la testa e lei ripete ‘EIGHT’ .

In quel momento mi sembrava si fosse fermato tutto, non solo loro, non solo io, ma tutto.

Avrei voluto alzarmi in piedi chiedere a tutta questa pacifica gente che faceva colazione di sedersi in cerchio e a mo’di club di ex alcolisti raccontare il loro dove, come, quando e con chi erano l’undici settembre. Ma lo volevo sul serio.

Non l’ho fatto è solo perché non mi sembrava carino farmi rinchiudere in una clinica per pazzi proprio nella mia prima visita a New York.

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