Praticamente il discorso è questo.

Sì scrivo poco e quando lo faccio lo faccio sempre peggio, comunque sia…

Il discorso è che io so che domani a mezzogiorno ho un biglietto pagato per andare negli Usa 10 giorni. 3 a NY e 7 a LA.

So che ho deciso di non andare, ma so anche che se mi salta il matto prendo e vado.

Quando si avvicina il matto io però inizio a dirgli…NO.

‘No perchè tanto l’America resta lì, ci posso andare in qualunque altro momento, magari con amici anzichè da sola, magari quando le cose in generale vanno meglio, magari.’ E lui insiste e mi dice, ‘ma cazzo resti a fare qua? Quello che c’è adesso c’è anche quando torni..e sarà immutato, regolare, incapsulato come sempre in una routine di cui sei entrata a fare parte e che puoi mollare ogni tanto’

‘No che non posso’, gli rispondo, ‘guarda che non è facile entrare a far parte di quella routine e non è nemmeno facile mantenerne i ritmi e ogni stop è uno STOP. un punto. I’d rather be a comma then a full stop. Cantavano.’

Lui insiste. Che palle. Ma io non vado. Ma poi mi fa un’altra domanda. E io allora smetto di camminare, mi fermo e mi siedo su una panchina e gli dico:

‘va bene, ti spiego’.

Lui mi ha chiesto ‘Allora perchè hai preso quel biglietto? Perchè sul tuo desktop c’è un’icona che si chiama immensamente felice ed è la foto del tuo biglietto? Perchè dentro alla porta del tuo armadio in camera c’è la stessa foto? Hai ancora tempo per decidere…dai parliamone che forse non sono poi così matto. Forse non sono io quello matto.’

E io gli dico cose, cose senza pensare, immagini sensoriali nella mia mente. Dico ‘l’odore della corrente nella metropolitana di NY, l’accento dello speaker nero che guida il mezzo, la puzza di salsiccia sulle strade più dissestate del mondo, i sacchettini gialli degli m&m’s, nuts4nuts, quel chiacchiericcio in una lingua non mia, quel divorare gli altri per immaginare il loro mondo’. Ho il viso bagnato, ma fuori non piove. Fuori.

Mi alzo, ma lui mi ferma. Mi dice, dai continua…ti farà bene.

E io gli dico che ora non posso. Che sono di fretta. Che non ho voglia, nè forza. Che devo andare a lavorare. Che la vita è un’altra. ORA.

E che un giorno avrò preso un biglietto per Milano, per l’odore di croissant in metropolitana mi ricorda quando lavoravo lì…e mi sembrava che fosse tutto più bello.

E’ la storia, ed è un viaggio, come gli altri viaggi. Iniziano, esistono e si rimpiangono, ma non si dimenticano. E quello è solo un posto.

Poi mi chiede di Venice.

Gli dico che tanto è solo una questione di tempo. Tornerò a prendermi tutto, se devo.

Se lo dice il matto…visto che è lui quello sano.

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