Non credo sia la prima volta che parlo di yoga in questo blog, anzi, probabilmente nei prossimi giorni cercherò di riproporvi alcune delle cose che scrissi sullo yoga nell’ormai lontano 2010, che si contraddistingue come anno della mia laurea… ma anche e soprattutto come l’anno in cui ho iniziato a praticare yoga.

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Me lo ricordo limpidamente, quel momento in cui vivevo a Riverside, in California. Andava molto di moda “Eat, Pray and Love“, il romanzo autobiografico di Elisabeth Gilbert. Al tempo il film, fortunatamente, non era ancora uscito.

Probabilmente era la prima volta in cui sentivo parlare dello yoga, almeno prima delle solite battute di quando uno si ritrova seduto con le gambe incrociate e indice e pollice delle mani si incontrano.

Ero al Recreational Center della University of California, quando, a causa di un contrattempo, il mio insegnante di tennis non si presentò a lezione. Che noia, oramai ero in palestra, tonica e pronta a fare qualcosa, ma odio fare attrezzi o tapis roulant. Che faccio?

“Vabbè, proviamo sto yoga di cui parlano tutti qui in America e vediamo che roba è!”. Scettica come pochi. Sempre stata sportivona iper attiva. Atletica, pattinaggio artistico, corsa, tennis, fitness. “Mi romperò le scatole in zero due”.

E così entro in questa sala in parquet, che sembra più una sala di ballo, e passo i miei primi 10 minuti a essere la migliore, in competizione con tutti, a rendermi conto che sono tra le più rigide (uomini esclusi :-P) e ad arrivare alla, per me al tempo “ovvia”, conclusione… non fa per me. Ciao.

Ero dall’altra parte del mondo da un mese e mezzo appena. Non ho mai fatto fatica a socializzare nella mia vita, ne tantomeno ad adattarmi a luoghi e situazione. Ma c’era un qualcosa che continuava a tormentarmi. Un senso di irrequietezza di fondo che non mi permetteva mai di stare ferma e godermi a pieno le cose che avevo. Passavo il tempo a pensare a chi sarei stata, a dove sarei arrivata, con mire spesso più grandi di me. Mi vedevo donna in carriera in una grande azienda. D’altronde mi trovavo in California dopo aver vinto una borsa di studio, per frequentare un master in Marketing e Management.

La cosa che ha attirato la mia attenzione fu proprio che qualcuno, per la PRIMA VOLTA ASSOLUTA, mi stava dicendo che non dovevo correre, non dovevo stare dietro alle mail, non dovevo leggere tutti i quotidiani del mondo per essere aggiornata, non dovevo bombarmi di social media per non perdermi niente.

Io, quella cosa lì, nemmeno pensavo esistesse. Certo, non potevo aspettarmi che me lo dicessero i miei professori del mondo del marketing, dove il diktat è proprio quello di stare dietro a tutto, però era un aspetto che non consideravo proprio. Zero. Nisba. Vuoto.

Questa cosa ha iniziato a solleticarmi, il tutto mentre certi respiri intensi e profondi mi davano un senso di calma che non avevo ancora sentito da quando ero atterrata in terra straniera, ma forse anche da molti mesi prima.

Che strano, vabbè. Ovvio. Lo yoga rilassa.

La lezione volge al termine, l’insegnante (che merita uno o anche centomila post dedicati interamente a lei), ci invita a sdraiarci a pancia in su, nella “posizione del morto”. Ci rilassa. Ci chiede di rilassare ogni parte del corpo. Di tenere lo sguardo rivolto verso un punto imprecisato in mezzo alla fronte. Le mani aperte verso il cielo. Di arrenderci. Di abbandonare completamente il nostro corpo.

Le lacrime iniziano a scendere lungo il mio viso. Non mi rendo conto di quanto il mio collo e la mia mandibola siano contratte, fino al momento in cui lei ci chiede di rilassarle. Sento un peso che in quel momento si allontana. Sento andare. Sento cose che se ne vanno… Non sento.

Sì, per me è stato immediato. “You’re hooked” mi disse l’insegnante quando le prime due settimane mi vedeva nella sua classe ogni mattina alle 6.30 e i due pomeriggi in cui insegnava, alle 17.

È scattato qualcosa, ho capito qualcosa. Ho aperto una porta che ho sempre pensato sarebbe dovuta essere chiusa. Ho iniziato a vedere cosa ci fosse dentro. E cinque anni e mezzo dopo insegno.

Ma insegno… non perché è la naturale evoluzione di “imparo qualcosa, ora lo so e lo insegno agli altri”.

No.

Io insegno perché spero di portare anche solo un briciolo di quello che la pratica mi ha dato in questi anni e per l’enorme svolta e contributo che ha dato alla mia vita.

E soprattutto non so, e non voglio smettere di imparare.

La mia pratica individuale, la pratica che faccio con i miei insegnanti e l’insegnamento sono tre attività ben distinte, tutte e tre da coltivare sempre… ma di questo ne parleremo più avanti.

Per ora… auguro a tutti un buon viaggio!

Oggi ricominciano le pratiche, vi aspetto ❤

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