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NEW YORK.

Il lavoro che vorrei.

hony2Brandon Stanton ha parlato con 10.000 stranieri e condiviso le loro storie con milioni di persone in tutto il Internet: Brandon ha perso tempo e non ha esitato a seguire un’idea e trasformarla in qualcosa di significativo:  Humans of New York.

Da novembre 2010 Stanton ha fotografato newyorkesi non in giro per la città sviluppando una delle comunità online più grandi al mondo. Humans of New York (HONY) ha quasi 1,5 milioni di fan su Facebook, più di 33.000 seguaci su Twitter e riceve regolarmente diverse migliaia di note per ogni post Tumblr.

Io adorerei passare le giornate così, tra gente e città: immersa nella storia di oggi.

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Ospedale San Raffaele, Milano

Oggi mi recavo al San Raffaele, uno dei piu’ noti ospedali di Milano, noto probabilmente anche a causa dell’enorme angelo bianco dalle ali dorate che sovrasta i cieli di Milano. La grande statua ricorda molto uno dei primi libri di zafon e fa pensare piu’ a un circolo ecclesiastico, che ad un’azienda ospedaliera.

La cosa bella di questo mini viaggio odierno e’ stata la mia sorpresa nel passaggio dai noiosi e soffocanti tunnel della metropolitana alla campagna soleggiata.

Il treno inizia lentamente a inclinarsi salire verso l’alt(r)o. I raggi di sole iniziano a illuminare la pagina del mio nuovo ebook, il tempo di alzare la testa con gli occhi lievemente accecati, guardarmi attorno e…il queens? Harlem? Morningside? O San Francisco?

Complice la bella giornata che mi ha ricordato la gita che feci a marzo un paio d anni fa per andare a scoprire il magico mondo di Camu, per un secondo non ricordavo dove fossi e dove stessi andando. Anzi, per un secondo ero convinta di essere a New York city.

Mi sono resa conto che viaggiare in metropolitana con queste condizioni, poca gente e la temperatura giusta, e’ sin piacevole, soprattutto se accompagnati da una buona lettura.

Nel mio caso sto leggendo ‘Ogni cosa e’ illuminata’ di Jonathan Safran Foer, pagina 20…quindi ancora non ho commenti, ma ho da poco terminato ‘Molto forte incredibilmente vicino’ dello stesso autore. Un po’ piacevole, un po’ magico, decisamente leggero. Come sempre dipende dagli occhi con cui si legge.

Per avere l’ispirazione della ‘viaggiatrice’ ho dovuto aspettare di essere nuovamente qui, sulla metro e all’aperto, con la voce automatica e tutti questi volti nuovi che raccontano vite che non possiamo sapere. Ma che possono rendere magico ogni nostro piccolo viaggio.

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9/11

OGNI TANTO TROVO QUALCOSA CHE HO SCRITTO, MA CHE NON HO MAI POSTATO. ERA OTTOBRE 2009, MILANO.

Williamsborough non è un quartiere molto famoso e l’undici settembre non è un giorno come un altro. Fatto sta che quella mattina, da sola a New York city, decisi di andare lì. Presi per la prima volta il G train e armata di felpona, incappucciata e ben vestita sono partita. Era proprio strano quel giorno. Ero convinta che non avrei percepito l’atmosfera degli ‘8 years later’ e invece era tutto così strano, tutto così diverso. Non sono sicura la gente se ne rendesse conto. Non credo che la gente abbia deciso o pensato di comportarsi diversamente, ma di fatto era proprio così. Tutto diverso. Inanzitutto pioveva, e c’era vento e forse anche freddo. Beh era l’undici settembre a New York, che altro tempo ci sarebbe potuto essere?

In metropolitana un mendicante suonava malinconicamente il violino, sembra di essere sul Titanic alcuni minuti prima della fine. La gente passava e non capivo, non riuscivo a capire se sentisse, se facesse finta di non sentire o se fosse presa dai troppi pensieri. Non parlo solo del violino, ma della nostalgia, del ricordo, delle stridenti urla di dolore che sentivo, nonostante il silenzio, nonostante nel 2001 non fossi lì, nonostante io non sia americana. Ma quella coppia me la ricordo, quella coppia nel tepore del nasconglio ‘metropolitano’ , loro si che erano in una capsula a parte. Loro non erano a New York, non erano nell’undici settembre, non erano nel 2008, loro forse, nemmeno sapevano di essere. Forse ho sentito la necessità di fotografarli proprio perché non sembravano veri, in quel particolare e indescrivibile momento erano…tanto. Erano la vita, la voglia di coppia, l’andare insieme al lavoro senza perdersi i felici momenti dopo il risveglio da condividere assieme, erano incuriositi ‘ma quella lì sta fotografando noi?’, erano fermi mentre tutti correvano, ma soprattutto erano(e spero lo siano ancora) tanto innamorati, non me l’hanno detto, ma credo si veda…

Ed era solo l’inizio, di una triste ma bella giornata, di una di quelle giornate che mi ha regalato tanti ‘very moments’. Quanto mi piace questa dicitura: ‘very moments’…non è solo inglese, è anche italiano…veri, reali, autentici e genuini.

Chi mi conosce sa quanto detesto la pioggia e sa quanto io sia metereopatica. A Milano piove spesso, sono tante le giornate in cui mi chiudo in casa con qualche serie tv(rigorosamente americana e in lingua originale) a mangiare Loacker solo perché qualche lacrima scende dal cielo e mi si spegne la voglia di fare tutto. Ma a New york non mi succedeva così,anzi, era l’esatto contrario. Le giornate di pioggia sono state le più affascinanti. Quando ero piccola, se pioveva tanto mettevo ai piedi i sacchetti che metteva mia mamma quando mi accompagnava in piscina, una tuta e un k-way e passavo minuti in mezzo al cortile sotto la pioggia.

Forse ho deciso che non sarò più metereopatica(si può decidere?!?), per due motivi:

1. Perché mi convinco sempre di più che tutto ciò che crediamo di noi e di tutti è nella nostra testa quindi se ci liberiamo di pensieri inutili e negativi risolviamo già l’85% dei nostri problemi.

2. Perché nelle mie convinzioni del kaiser so già che quest anno attribuirò la causa di tutti i miei mali a Milano….quindi non più alla pioggia…e quindi se a New York anche quando piove sono felice è perché è la mia città, giusto??? Vero??? ‘SPEREM!’

Piove. September the eleventh. Williamsborough. Le strade bagnate, e il rumore degli pneumatici al contatto con il suolo umido. Il camioncino dei gelati e la sua allegra, talvolta fastidiosa musichetta. Il camion dei pompieri e la sua prorompente sirena. Un viale pieno di alberelli e il leggero fruscio delle foglie. La gente che cammina e un leggero chiacchiericcio di fondo. Tre ragazzi con tre splendide mantelle dello stesso cellophane delle lavanderie corrono ridendo verso, verso non so dove; però erano belli; belli e spensierati.

Tanto per cambiare cammino senza meta, non ricordo se cercavo un museo o qualche via in particolare ma mi sono ritrovata a cercare  un caffè caldo con latte rigorosamente di soia e qualche bel posticino dove potermi sedere con calma a degustarlo. La colazione di quella mattina non la dimenticherò. Prima di tutto perchè il ragazzo dietro al banco, rispettando le mie richieste, mi servì quello che a me sembrava un normale panino e che invece si rivelò essere un ‘bagel’ alla cipolla, tostato e con dell’ottima marmellata ai frutti di bosco. Immaginatevi la faccia del commesso al momento dell’ordine, la mia dopo il primo morso e di nuovo la sua dopo aver visto la mia….bel gioco di sguardi! Un istante dopo ho ordinato una baguette. Ho risolto i miei problemi….alla francese!

Fortunatamente sono anche altri i motivi per cui non dimenticherò quella colazione. Accanto a me una coppia: 30 anni circa, entrambi muniti di quotidiano free-press. Anche li c’è ‘metro’, ma ovviamente non è la stessa cosa, dico ovviamente perché li è New York e qui è Milano, quindi…! Sorseggiano orange juice e strappano morsi da panini che sembrano molto peggio del mio mitico bagel(eppure nessuno ride di loro) senza mai staccare gli occhi dai giornali.

Ad un certo punto lei, con mezzo boccone ancora  in bocca e con una voce misto profonda e amareggiata dice’ EIGHT YEARS LATER’….silenzio….lui alza lo sguardo senza muovere la testa e lei ripete ‘EIGHT’ .

In quel momento mi sembrava si fosse fermato tutto, non solo loro, non solo io, ma tutto.

Avrei voluto alzarmi in piedi chiedere a tutta questa pacifica gente che faceva colazione di sedersi in cerchio e a mo’di club di ex alcolisti raccontare il loro dove, come, quando e con chi erano l’undici settembre. Ma lo volevo sul serio.

Non l’ho fatto è solo perché non mi sembrava carino farmi rinchiudere in una clinica per pazzi proprio nella mia prima visita a New York.

GIORNO 10. TUTTO PIU’ CHIARO.

Ragazzi, bisogna proprio mettersi alla prova per capirsi e ascoltarsi, non è mai facile e ci sono momenti in cui tutto, ma proprio tutto sembra nero e senzia via d’uscita. Ma quando esci da quella stuazione, essere seduta su una poltrona sul marciapiede di Main street sotto il SOLE a 18° gradi ti fa sentire bene. Così come ti fa stare bene avere degli amici che ti vengono a prendere in aereoporto per la prima volta, anziché dover prendere uno stupido taxi. Così come ti fa bene, quando entri a casa loro a mezzonotte e morta di sonno, trovarne altri 4 che chiacchierano e ballano e fanno festa senza motivo. E stai sveglia fino alle 2 a fare altrettanto senza rendertene conto. E poi il tuo amico decide di cederti il letto e tu svieni letteralmente nel tuo primo sonno profondo delle ultime due settimane e dormi 8 ore senza mai svegliarti. Il tutto perché quando ieri notte sei arrivata e la hostess ha detto ‘LADIES AND GENTLEMAN WELCOME TO LOS ANGELES’, ti sorrideva il cuore e sei rimasta con una faccia da ebete da quel momento.

Aver pensato, visto, provato, sentito e attraversato altre due realtà ha consolidato in me l’amore per una realtà nel quale mi trovo bene. Dopo 25 anni non mi sono nemmeno resa conto che sono finalmente in un posto dal qualer non vorrei andare via, cosa che non mi era mai successa prima.

Chi mi segue da sempre, sia nel blog che nella vita, sa quanto non sia stato facile per me arrivare ed inserirmi qui, ed ora che tutto inizia a prendere la giusta piega che faccio io? Prendo e me ne vado? Naaaaaa…

E così, con questi pensieri che iniziano a consolidarsi sempre più arriva il mio ultimo giorno a NY.

La giornata inizia con delle chiacchiere chiarificatorie con una persona lontana. Doccia, solito trench e via verso il Bronx, per visitare il Lehmann college, dove lavora un neo-conoscente. Parlo di un altro blogger italiano espatriato negli Usa, conosciuto tra i bit del web. Uno dei suoi tanti nomi è Camu e io ho finalmente potuto scoprire cosa si cela dietro quella pagina web. Grazie a lui sono stata caldamente accolta da un team caloroso. La breve, ma interessantissima visita al Mediacenter, mi ha ricordato il divario tra università italiane e americane. Le ‘due chiacchiere’ con lui sono state più che piacevoli, ma sicuramente troppo brevi. Gli ho promesso che tornerò presto, quando tornerò a New York, in vacanza!

Mi sono poi fiondata sulla 36esima per l’ennesimo ed ultimo colloquio fuori da LA. E’ andato bene e il posto mi piace molto. Quando gli ho detto che penso resterò a LA, mi hanno detto che se voglio posso iniziare anche a settembre. Ci penserò, grazie.

Alle 1.30pm mi sono vista per pranzare con il mio amico Emre, accidentalmente incontrato il giorno prima in Times square. Dopo svariato tempo passato a chiacchierare come amici, ieri si è svelato essere un’altra persona, con un’infinità di insicurezze e paure. Spero che sia riuscito a tastare il mio entusiasmo per la vita e a portare via qulcuno degli ingredienti che io ho utilizzato per sfornare questa deliziosa torta, che anche se ognitanto ha qualche granello di sale rimane pur sempre buona…e se non altro l’ho fatta io. Quindi, dovesse finire, saprei farne un’altra.

Prima di scappare verso l’upper west side a recuperare le valigie, ho riabbracciato Pinar, la mia compagna di stanza dell’esperienza che mi ha cambiato la vita: New York 2009.

Ognitanto mi soffermo e mi stupisco di come certe persone ti conoscano così bene pur avendo condiviso solo pochissimo tempo con te.

Leomard mi offre un ottimo te e io sono a bordo del taxi, con gli occhi chiusi mentre per la prima volta lascio New York alle mie spalle senza provare alcun senso di nostalgia.

Il volo è stato fastidioso, lungo e noioso. La temperatura non era mai buona e c’era troppa gente. Devo dire che almeno sono stata graziata avendo il psoto sul corridoio. Credo di aver passato molto tempo ad ascoltare vecchie canzoni in modalità shuffle e vedere che ricordo mi evocavano…ho trascritto tutto, certe risate!

E finalmente inizio a vedere luci fuori dal finestrino. Sento che ci siamo. Sento che l’aria attraversa i miei polmoni in modo più rapido e veloce. Sento che anche i miei pori sorridono. Sento di essere così ferma sulla mia neodecisione di potermi tranquillamente fregare del parere altrui(per inciso, tutti i ‘ma sei pazza a rifiutare lavori a NY?’)…e questo vuol dire esserci con la decisione.

Ma sono stanca e mi manca la mia camera, le mie lenzuola e la mia doccia. Facciamo passare il weekend e poi, a mente lucida,

…’ dirò levate l’ancora diritta avanti tutta questa è la rotta, questa è la direzione, questa è la decisione.’

GIORNO 8/9. TANTO, TANTO, TANTO. TROPPO.

Sono state due giornate intense, tant’è che stamattina a malapena sono riuscita a raccogliere due parole per formare un post quasi insignificante. Solo una susseguirsi di cose fatte. Ma forse nessuno di voi vuole questo.

Ho conosciuto gente interessante, ho cenato in deliziosi resistenti, ho fatto quella che tutti chiamano ‘la bella vita, ho parlato con gente che ha da trasmettere e ho assorbito. Ho osservato, ho guardato, ho parlato(troppo..come sempre :-P). ‘Ho seduto’ il mio corpo su central park e ho spento il mondo attorno a me per vivere il mio ‘essere’. Non ho fatto shopping(grande traguardo), ma ho capito, ho capito che…

Non credo di dover riempire questi post con semplici resoconti, ma mi rendo conto che succede perché vivendo a così alta intensità i bei dettagli, le emozioni e le descrizioni che sembrate apprezzare, si perdono per strada. E aimè, non solo nei post, ma forse nella mia vita.

Sono stanca.

Non vedo l’ora di sentire il sole sulla mia pelle e abbracciare il mio letto, tra le quattro mura della mia cameretta.

Ho capito una cosa.

Ho capito molto cose.

Ho capito cosa non voglio, e inizio a sentire le vibrazioni di cosa non devo lasciare.

Non sono pronta per lasciare quello che ho appena iniziato a costruire. Un mattone dopo l’altro ho fatto un muretto, e probabilmente ci vorrebbe ben poco a buttarlo giù o a lasciarlo lì e andare a costruirne un altro.

Ma sono così piena di costruzioni a metà in giro per il mondo, e sento ancora gli strascichi di alcune di loro sulle spalle. E mi si stringe il cuore al solo pensiero di abbattere anche questa…anche perché mi sembra stia venendo su bene, meglio delle ultime se non altro.

I lavori vecchi non li voglio riprendere in mano. Hanno quell’odore di abbandonato e stantio che non ho mai sopportato. E come tutte le cose vecchie richiedono molto cura, che io ora non posso dare. E che non voglio dare. In certi casi forse non ne vale la pena, o non ne vale più la pena.

Così come non posso curare una costruzione ex novo. Non ancora, non adesso.

Mentre quel che devo curare sono io e due mesi di stanchezza, e pesantezza che continuo a trascinarmi dietro.

Si, è vero. Il vento è arrivato, ha fatto un po’ di pulizia, ma la cappa di nebbia si è ricreata subito e con troppa facilità. Come succede quando si ottengono risultati difficili, con soluzioni facili. E questo sta succedendo troppo spesso ultimamente.

Bisogna attraversare. ANCORA.

10) Per chi non ha tempo di trascrivere le proprie parole, ma le ritrova in quelle di altri…

La linea d’ombra

la nebbia che io vedo a me davanti

per la prima volta nella vita mia mi trovo a saper quello che lascio e a non saper immaginar quello che trovo

mi offrono un incarico di responsabilità

portare questa nave verso una rotta che nessuno sa

è la mia età a mezz’aria in questa condizione di stabilità precaria

ipnotizzato dalle pale di un ventilatore sul soffitto mi giro e mi rigiro sul mio letto mi muovo col passo pesante in questa stanza umida di un porto che non ricordo il nome

il fondo del caffè confonde il dove e il come

e per la prima volta so cos’è la nostalgia                la commozione

nel mio bagaglio panni sporchi di navigazione

per ogni strappo un porto per ogni porto in testa una canzone

è dolce stare in mare quando son gli altri a far la direzione        senza preoccupazione

soltanto fare ciò che c’è da fare

e cullati dall’onda notturna sognare la mamma… il mare.

Mi offrono un incarico di responsabilità

mi hanno detto che una nave c’ha bisogno di un comandante mi hanno detto che la paga è interessante e il carico è segreto ed importante

il pensiero della responsabilità si è fatto grosso

è come dover saltare al di là di un fosso che mi divide dai tempi spensierati di un passato che è passato saltare verso il tempo indefinito dell’essere adulto

di fronte a me la nebbia mi nasconde la risposta alla mia paura

cosa sarò dove mi condurrà la mia natura?

La faccia di mio padre prende forma sullo specchio lui giovane io vecchio le sue parole che rimbombano dentro al mio orecchio “la vita non è facile ci vuole sacrificio un giorno te ne accorgerai e mi dirai se ho ragione arriva il giorno in cui bisogna prendere una decisione”

e adesso è questo giorno di monsone col vento che non ha una direzione guardando il cielo un senso di oppressione

ma è la mia età dove si sa come si era e non si sa dove si va, cosa si sarà

che responsabilità si hanno nei confronti degli esseri umani che ti vivono accanto e attraverso questo vetro vedo il mondo come una scacchiera dove ogni mossa che io faccio può cambiare la partita intera

ed ho paura di essere mangiato ed ho paura pure di mangiare

mi perdo nelle letture, i libri dello zen ed il vangelo l’astrologia che mi racconta il cielo

galleggio alla ricerca di un me stesso con il quale poter dialogare ma questa linea d’ombra non me la fa incontrare.

Mi offrono un incarico di responsabilità

non so cos’è il coraggio se prendere e mollare tutto, se scegliere la fuga od affrontare questa realtà difficile da interpretare, ma bella da esplorare

provare a immaginare cosa sarò quando avrò attraversato il mare

portato questo carico importante a destinazione

dove sarò al riparo dal prossimo monsone

mi offrono un incarico di responsabilità

domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto a partire getterò i bagagli in mare studierò le carte e aspetterò di sapere per dove si parte quando si parte

e quando passerà il monsone dirò levate l’ancora diritta avanti tutta questa è la rotta questa è la direzione questa è la decisione.

L.C.

GIORNO 7. VERSO IL MIO AMORE.

Qualcuno riesce a spiegarmi perché le ultime sere mi sono svegliata alle 3am spontaneamente e non, e invece stamattina alle 4.30 ho dovuto far suonare tre diverse sveglie, 10 volte almeno, per riuscire a trascinarmi sotto la doccia?

Menomale che, nonostante qualche disguido e qualche interessante chiacchiera con un ecuadoregno con cui ho condiviso il taxi, alcune ore dopo ero regolarmente a bordo del 747 verso New York. Peraltro nemmeno un po’ dispiaciuta di laciare San Francisco.

Il nervoso ha lentamente dato più spazio al disgusto, il quale lascia più potere al mio entusiasmo. Sento che ci siamo. Anche perché a New York non ci può essere spazio per vecchie e inutili porcherie.

Dopo un ‘pisolo’ e una fitta corrispondenza resa possibile grazie alla presenza del wi-fi a bordo del volo, l’aereo ‘sterza’. Si può dire? Ho decisamente un problema con i termini legati alla direzione dei diversi mezzi di trasporto…dal volante della bicicletta(manubrio), al volante della barca(timone)…chissà se tutto ciò ha una una qualche origine in una turbe psichica legata alla mia infanzia. Comunque, l’aereo si inclina verso destra. I finistrini chiusi dall’ignoranza che mi circonda, non mi permettono di vedere nulla. Ma io sento il mio cuore che batte più forte, la risento sotto i piedi.

L’emozione che mi da è talmente forte che in questi giorni sono spesso assalita dal timore di volerci andare a vivere per sempre, come se ciò potesse compromettere l’immagine sacra che gli ho attribuito nel vecchio tempo delle passate esperienze.

Dal momento del mio atterraggio, dopo aver registrato un file audio in cui canto ‘Empire State of mind’(è un file per pochi, non preocupatevi), mi sono fiondata da un mezzo all’altro per poi finire a bordo di un taxi a cambiarmi per lo screening del ‘vegan’ film alla quale ero stata invitata, il tutto mentre discutevo animatamente con un amico al telefono.

Sono scesa dal taxi e tutt’ora mi viene difficile credere di non essere stata portata via dal vento. Non so come venga definita la bora a New York, ma questo è sicuramente il nome del fenomeno che lo ricordava.

Durante il docu-film mi sono addormentata, come una pera sotto un pero. Con l’orecchio vigile di chi è pronto ad applaudire alla fine e a partecipare attivamente alla discussione finale. ‘Is veganism and spiritualism just fashion or is a phenomenon that is just starting now and going to last?’. Pare che la domanda sia stata apprezzata.

L’essere stata invitata dalla scrittrice mi ha portata anche a following party, in uno degli eccentrici appartamenti di Soho di una ex modella molto aggressiva verso il poco rispetto contro gli animali. Io continuo ad immaginarla con in mano un secchio di pittura da scagliare su qualche bella pelliccia durante la NY fashion week.

Il suo appartamento, o meglio, l’appartamento dei suoi 11 carlini e una gatta, era intensamente curioso e insolitamente pulito. Non avendo animali difficilmente non percepisco la loro presenza, soprattutto per quanto riguarda gli odori, mentre lì la situazione era ben diversa. L’ambiente accogliente, pieno di gigantografie, tra cui alcune sue foto di quando sfilava, ha reso la serata particolarmente piacevole. Le chiacchiere erano perlopiù ‘vegan’, sino al punto di farmi sentire imbarazzata per avere scarpe e borsa di pelle :/

Verso l’una, dopo aver condiviso un taxi con la mia neo amica scrittrice, sono entrata nell’appartamento dell’amico che mi sta ospitando. L’ambiente è molto cozy(accogliente), maschile, artistico e la musica jazz, la luce soffusa e la meravigliosa city illuminata sullo sfondo sono più che breathtaking.

Dopo qualche chiacchiera i miei occhietti si chiudono, tra stupore e insucurezze sul futuro. Non sarà una notte tranquilla, ma il giorno 8 tutto sorride…come non potrebbe essere così? E’ NY!

E ora scappo, perché ‘il giorno 9 ‘s’ha da iniziare’.

fe/

GIORNO 5. A-RIVEDERCI MIA AMATA.

Eccomi qui, finalmente ferma con i miei pensieri, in attesa del volo che dopo 99 giorni negli Usa mi riporterà in ‘Terra madre’.

Sono felice, sono serena, nemmeno tanto triste di lasciare il mio grande tesoro, perché so che lo rivedrò presto. E sono anche impaziente, ho voglia di tuffarmi tra le braccia di tutti i miei amici e di accoglierli tra le mie.

Si vive una volta sola e voglio vivere appieno questi momenti, secondo dopo secondo. Anche la dolce amarezza del saluto a New York è una sensazione gradevole.

Stamattina non mi sono svegliata cantando a squarciagola e saltando sul letto per svegliare la mamma, le quattro ore di sonno mi hanno provata….ma solo per i primi 10 minuti del giorno!

Siamo andate nel ponte infondo alla E42nd e abbiamo guardato il panorama. Dopo aver spedito le cartoline di Natale(usanza ancora molto consolidata qui negli States che ho adorato recuperare), ci siamo fiondate a fare colazione in un nuovo ‘Le pain quotidien’ sulla E63rd e Madison. Che meraviglia, la tavola straripava di cibo di tutti i generi: uova, frutta, pane, marmellate, cappuccino….io e la mamma siamo riuscite a conversare con la nostra vicina di tavolo e la sua storia, lei fa l’agente immobiliare e quando mi ha detto ‘ti lascio il biglietto da visita, magari ti può tornare utile’ ho risposto con un sorriso a 100 denti: ‘I WISH’….una casa a New York. Che sogno!

Appena uscite ho intercettato una casetta dalla facciata curiosa che si è svelata un graziosissimo negozio di bottoni, ‘Tender button’, uno di quei posti incantati, che si scopre solo ‘perdendosi’ senza meta. Dopo la quiete…..Bloomingsdale di sabato a 7 giorni da Natale: abbastanza overcrowded da incantare la mamma per qualche acquisto, tra cui uno splendido taccuino giallo ocra(taccuino Sophie, non tacchino :-D).

Giusto il tempo di ripercorrere la Fifth Avenue, un paio di pics di fronte a Tiffany(arriverà il giorno in cui mi stuferò di fotografarlo ogni volta che ci passo di fronte), un pensiero in Chiesa, back to St.Giles The court e senza nemmeno rendermene conto sono a bordo del taxi. Ready to leave. Enthusiastic about life. Still enchanted from the Christmas New Yorker atmosphere.

E ora, in attesa dell’imbarco, seduta a terra come solo una yogi può fare, mi chiedo se mi mancherà più la California, New York, l’America in generale o l’Italia quando tra 3 settimane tornerò qui. L’unica cosa che mi viene in mente se mi concentro è che voglio un piatto di spaghetti con sugo di pomodori di Pachino, basilico fresco, olio extra vergine e una tavolata piena di amici.

Italia meravigliosa, come vedi, nonostante tutti i tuoi difetti, resti sempre nel mio cuore!

NEW YORK. GIORNO 4. ALL’ATTACCO.

Ragazzi, i vostri commenti continuano a lusingarmi…non credo di meritarmeli tutti ma…..ma almeno continuate a leggermi! 🙂

Il giorno 4 è stata una giornata davvero full di avvenimenti e sicchè sono tornata in camera dopo le 4 am, ricordami a malapena in che piano fossi, ho creduto opportuno posticipare il racconto. Ma tranquilli, non dimenticherò nulla poiché ho elencato tutto su una lunga lista.

LA mia sveglia è suonata alle 7.30 am e poiché la mamma continuava a godersi il caldo delle coperte ho creduto che mettermi a cantare canzoni di Natale a squarciagola saltando sul letto e urlandole ‘Mamma muoviti che là fuori c’è New York, non posso stare in camera un solo minuto in più’, fosse la cosa migliore da fare.

Dopo una quick shower ho portato la mamma a Grand Central Station e alla Public library sulla 5th avenue. Mentre visitava la libreria io sono schizzata in posta per spedire alcune Christmas postcards che alcuni di voi troveranno a breve nella loro cassetta delle lettere. Inutile soffermarsi su quantoi servizi alle poste fossero perfettamente organizzati, con code rapide e commessi sorridenti. Aggiungo anche, per chi non avesse ancora avuto occasione di andarci, che Grand Central Station è la stazione dei treni più incredibile che io conosca, l’unica in cui la gente si ritrova appositamente per andare a cena-colazione in posti esclusivi come l’Oyster bar o la Magnolia Bakery…e così la mamma si è sbaffata un delizioso carrots & nuts cupcake…e abbiamo anche preso il libro di ricette per la mia ex coinquilina chef Sophie(cliccate sul suo nome per balzare nel suo website).

Alle 10.30 am avevamo appuntamento sulla W102st, nell’Upper East side, con Leonard, un newyorkese che ho conosciuto al Moma l’estate scorsa, con cui mi sono sempre tenuta in contatto.

Ci siamo ritrovati in un autentico e vecchio diner greco dove abbiamo sperimentato una tradizionale colazione newyorkese: la mamma e Leonard hanno assaggiato i pancake con pancetta, mentre io ho mangiato 2 uova all’occhio di bue e alcune patate con spremuta di pompelmo…gnummy gnummy(versione americana di gnam gnam). Dopodichè, come d’accordo, ci siamo avviati verso Chelsea per visitare alcune famose gallerie d’arte contemporanea. Nel tragitto però Leonard ha voluto farci vedere ‘Zabar’ un incredibile negozio di alimentari che offre ogni tipo di delizia proveniente da tutto il tutto mondo, ta i nostri ‘compaesani’ il panettone Balocco, la Nutella, la pasta de Cecco, il Parmacotto(con tanto di americana esaltata che crede sia la cosa più buona del mondo), etc… al piano superiore oggettistica da cucina di tutti i tipi, dalle pentole in rame a brillanti elettrodomestici all’ultimo grido. Fuori, un passo verso la strada, un braccio alzato e uno degli 11.000 taxi di New York che si avvicina e con 8 dollari ci porta a Chelsea.

Leonard è molto a suo agio tra le gallerie di Chelsea e nel giro di un paio d’ore ci porta a vedere le più ‘worthy’. Ovviamente, anche qui, non manca il tocco del Bel Paese: Girardoni, Pomodoro e Botero…poi Leonard si offre gentilmente di accompagnarci tra la Prince st. e Mercer st. per acquistare un pensiero di Natale per il mio babbo. E’ una cosa molto carina di cui vi potrò parlare, per ovvi motivi, solo dopo Natale.

Stanchi(loro) e assetati(io) ci siamo recati al Bar89 su Mercer st.; un locale molto ‘in’ dal cui soffitto scendono appese delle splendide ali d’angelo realizzate con vere piume bianche. Leonard mi invita a vedere il bagno, della serie….a NY nessun dettaglio è lasciato al caso. Non trovo nulla di particolare, se non fosse che quando sto per entrare noto che la porta in vetro del gabinetto è completamente trasparente. Non fosse stato per una breve indagine fatta con un’altra cliente, non ci saremmo accorte che, nel momento in cui si chiude la serratura della porta il vetro si offusca e compare la scritta ‘occupied’… incredibile. Nei favolosi negozi del quartiere di Soho, tra store di designer emergenti e di stilisti più affermati, la mamma scorge un delizioso negozio di arredamento in stile sabby chic(sabbiato)….impazzisce e scatta almeno 50 foto(così capite da chi ho preso), e io ho preso un braccialetto fatto con una fettuccina in cui ho appeso sei ciondoli che da tempo avevi nel portafoglio…presenti di amiche.

Alle 5 pm mi sono trovata a tra la W4th st  e Broadway con Emre, un ragazzo turco con cui flirtavo la scorsa estate a NY. Con lui siamo andati al Reggio caffè, uno dei locali limitrofi alla zona universitaria(NYU), dove ci hanno aspettati 3 amici: 2 turchi e una trentenne americana che vive e studia al MIT a Boston e che ha già praticamente vissuto in tutto il mondo.Il Reggio caffè è un locale molto piccolo in stile Bohemien e davvero gradevole, un te verde, 4 chiacchiere ed è già tempo di tornare da mamma.

Sono appena le 6 pm e trascino la mamma nella mia libreria preferita: la Shakespeare library sulla Broadway. Posto piccolo, intimo e gestito da un simpatico padrone, sempre disposto a elargire pareri e a condividere opinioni sulle letture. Io qui, ho trovato una cosa che non avrei potuto non acquistare…

Credo sia proprio adatto a me !!!

Verso le 8 pm siamo in albergo, la mamma vuole riposarsi un po’ e io ne approfitto per fiondarmi da ‘Black label’, un nuovo beauty and nails spa aperto sotto al nostro albergo da alcuni coreani. Mi trattano come una principessa riservandomi i migliori trattandomi e curandone i minimi dettagli. La ceretta al cioccolato, cosmopolitan durante la manicure, piacevoli chiacchiere con il manager….et dulcis infundo anziché farmi asciugare le mani sotto ai consueti ventilatori mi offrono 15 minuti di massaggio…come rifiutare?!? Esco dallo store nuovo, pronta a portare la mamma a cena fuori.

Quando arrivo in stanza trovo la chiamata persa di un amico di Milano. Lo richiamo, 4 parole al volo e non solo scopro che anche lui è a NY, ma anche che alloggia nel mio stesso albergo, 2 piani sopra. Ci mettiamo d’accordo per trovarci con alcuni amici per un drink dopo cena e accompagno mamma a un alquanto deludente cena da Pershing square, un celebre locale di fronte a Grand Central Station: noioso e inutilmente costoso…io ne approfitto per sorseggiare un po’ di buon rosso californiano.

Raggiungo l’hotel per un rapido ‘change d’abito’ e raggiungo negli altri al Lex, il fashion bar del nostro hotel, per poi finire in tre tra i migliori club di NY: LAVO, MARQUEE E GRIFFIN. Io adoro il Griffin, ma devo ammettere che il Lavo era l’unico che meritava. Voto 0 al Marquee: vuoto e insipido. Dopo 4/5 Tanqueray tonic prendiamo l’ennesimo taxi, trovo le forze per ringraziare di questa ennesima splendida giornata e crollo sulla spalla di A. Credo  di non ricordare nemmeno il tragitto in ascensore….dopo una giornata così abbracciare il letto è la cosa più bella del mondo.

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